La casa in pochi minuti si svuotò dagli amici, poco importava, importava che tra loro c’era anche lui.
Passarono pochi minuti prima che il campanello della porta trillasse. Era lui, aveva dimenticato il suo telefonino. In quel momento avvertii una sensazione che fotograficamente potrebbe essere paragonata alla faccia di quei tifosi sfegatati quando segna la loro squadra del cuore, oppure, ancora peggio, allo sguardo di chi si ritrova tra le mani il biglietto vincente della lotteria. Si, esattamente tra la meraviglia ed il panico dell’incredulità. Insomma con la mia solita goffaggine lo lasciavo lì, sull’uscio della porta, pochi minuti per ritornare in se e invitarlo ad entrare.
Era stata una scusa quella del telefonino? Voleva ritrovarsi da solo con me? Oppure quello era uno dei miei tanti cortometraggi?
Il caso, il destino o chissà che volle che ci ritrovassero da soli, in quella casa semiarredata, nella quale mi ero da poco trasferita; avevo avuto giusto il tempo di mettere piccoli souvenirs, quasi tutti ricollegabili a lui. Quella felpa sul mio letto, quella che mi aveva poggiato sulle sue spalle infreddolite, lì sul pontile di quella nave che ci portava a Corfù (la prima vacanza fatta insieme), quella tazza da latte comprata insieme a Gardaland, un collage fotografico di tutti i posti visitati insieme, insomma gli indizi non mancavano.
In quel momento l’imbarazzo faceva da padrone ed io ero ormai in agitazione, nel timore che lui potesse, proprio in quell’occasione, mettere insieme i tasselli di quel puzzle da un milione di pezzi, proprio quando ero tutt’altro che pronta (quando lo sarei stata?).
Non sapendo cosa fare, notai una bottiglia di vino regalatomi da una cara coppia di amici e, senza troppe esitazioni, prendo a volo due calici dagli scatoloni, li lavo e glieli porgo. Ci sediamo sul divano. Lui sembrava così concentrato a stappare quella bottiglia di Lacryma Christi rosso o forse, proprio come me, era troppo in imbarazzo che cercava di spostare l’attenzione altrove. Mentre la pancia dei calici si colora di quel rosso corposo, lui mi racconta delle varie leggende che si narrano su quel vino, tra le quali quella ripresa suggestivamente dal grande poeta francese Alfred de Musset che narra dell’angelo Lucifero, il quale dopo la sua cacciata dal Paradiso ne aveva rubato un pezzo per farne in terra il Golfo di Napoli. Gesù accortosi del furto pianse a dirotto e proprio dal suo pianto nacque la vite del Vesuvio. Rimasi affascinata dal suo racconto o forse semplicemente persa in quei suoi occhi color nocciola che, stranamente, ero in riserva di parole.
Difficile resistere ad un secondo giro di quel rosso così fresco e morbido al palato, anche se per un’astemia come me fu davvero un azzardo.
Iniziavo a sentirmi così rilassata e felice, sentivo venir giù tutte quelle staccionate d’imbarazzo fino a quel momento ben salde nella mia vita, come se quel fiume di rosso vesuviano le avesse abbattute e sradicate tutte. Lui con fare un po’ goffo si avvicina a me, sfiora i miei lunghi capelli neri e lì non riesco a trattenermi nel sussurargli che l’ amavo da una vita. Gli sguardi tra di noi permisero alle nostre anime di agganciarsi l’una all’altra, così come fu per i nostri corpi quella sera.
Ci sono cose che non diresti neanche sotto tortura, ci sono pensieri e segreti che non sveleresti neanche ad un prete in confessione e forse forse non le ripeteresti neanche tra te e te più di una volta per timore che qualche pensiero diventi parola. Quella sera non fu così per noi, perché questa regola, per una persona innamorata o un’astemia in compagnia di un buon bicchiere di vino, ovviamente non vale.





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