E’ finita la stagione estiva e finalmente anche la dura stagione lavorativa, comincia così l’autunno, preludio di temperature più rigide e vestiti più pesanti ed ecco che si affaccia l’euforia di una piccola vacanza per poter lasciarsi alle spalle le fatiche e lo stress del lavoro e ricaricarsi un pò. La destinazione era già stata presa in considerazione e dopo tanti rinvii ci siamo: andremo a Trieste, sul Collio Goriziano, Carso Sloveno e Lubiana.
Sto andando a visitare posti e terre che hanno visto l’avvicendarsi di domini differenti (Impero Austro-Ungarico, Italia, Jugoslavia) e che sono stati teatro di battaglie durante entrambi i conflitti mondiali: fatti che rendono unici questi territori. Ritorna ancora l’eco delle bombe esplose e dei colpi di artiglieria visitando i musei di storia contemporanea di Lubiana e attraversando le colline del Carso e del Collio, dove viene da chinare il capo in segno di rispetto dei tanti uomini caduti in sacrificio per la patria. Una terra così ricca di storia e allo stesso tempo varia dal punto di vista geografico, dove si alternano valli e colline.
Il Carso Triestino è un altopiano ricco di vegetazione che si innalza dalla costa del Golfo di Trieste; dal Lisert (4m slm) il terreno si solleva lievemente verso sud-est fino alla piana di Basovizza (400 m slm), per poi proseguire fino alla Val Rosandra. Il Carso Triestino comprende una fascia di 25 Km entro il confine ma l’altra parte si estende per lo più nella Repubblica Slovena.
L’area è composta principalmente da una formazione rocciosa caratterizzata da un’alta componente di carbonato di calcio che conferisce al territorio una conformazione geologica assolutamente peculiare. In particolare, a contatto col l’acqua piovana e alla conseguente erosione del suolo a livello superficiale, si assiste al fenomeno geomorfologico del Carsismo. Ci sono infatti molte grotte naturali ricche di stalattiti e stalagmiti, che si possono visitare e alcune hanno dimensioni davvero considerevoli, diventando patrimonio naturale riconosciuto dall’Unesco come le grotte di Postumia, dove addentrandosi guidati da esperti in grado di dare tutte le informazioni possibili, si possono percorrere diversi chilometri tra i cunicoli naturali del sottosuolo.
Degne di nota sono le specialità gastronomiche che si possono gustare e, per la gioia di noi appassionati, i vini che si possono sorseggiare. Un primo approccio con la cucina tipica è stato a Trieste, ai tavoli dell’Osteria “Buffet da Pepi”, dove ho provato un piatto di bollito misto di carne con mostarda e una grattugiata di rafano fresco, ovviamente tutto innaffiato da un generoso bicchiere di terrano. Inizia da qui ufficialmente la mia dieta ipercalorica!
Prima di oltrepassare il confine, decido di visitare l’azienda di Benjamin Zidarich sul Carso Triestino; qui rimango affascinato dalla filosofia di produzione naturale, dalla bellezza della cantina e dalla squisita cordialità di Benjamin, che alla mia domanda di: “chi è il suo enologo?”, mi risponde con aria sorpresa: “quale enologo? Qui faccio tutto io!”. Era quindi questo il biglietto da visita di un popolo schietto, quello carsolino, che non scende a compromessi e che ha come parola d’ordine: Natura, rispettando anche quello che di buono non può dare e aspettando l’annata migliore. L’azienda conta pochi ettari e gode di una vista meravigliosa sulla vallata: poter fare una sosta li durante l’estate e bere un bicchiere di buon vino sulla terrazza, non ha prezzo.
Accompagnati da una gentile ragazza e ascoltando ribollire il mosto, abbiamo fatto una visita nella bella cantina dove si possono vedere gli strati di marna e calcare lasciati a vista, dopodiché il Sig. Zidarich ci fa assaggiare i suoi vini che comprendono cinque tipologie: la Malvasia, la Vitovska, il Prulke, il Teran ed il Ruje. In questa zona i produttori stanno sempre più intraprendendo la strada della lunga macerazione sulle bucce, tanto da far definire questi vini “estremi”, anche per l’assenza di correzioni e aggiunta di lieviti selezionati, una filosofia quindi che fa riflettere. Assaggiando la Malvasia si avverte subito una netta sapidità, sentori minerali e una frutta croccante e matura, anche il colore la dice lunga sulla natura dei prodotti, con un giallo dorato non proprio limpido, che danno il meglio se consumati ad una temperatura di 15°.
Si passa poi alla Vitovska, un vitigno autoctono che colpisce per la sua freschezza e finezza di gusto. Il terzo vino, il Prulke, un uvaggio di Sauvignon, Vitovska e Malvasia sorprende per la lunga persistenza e per la poca predominanza di un vitigno sull’altro, dovute alla raccolta a piena maturazione delle uve.
Arrivano i vini rossi e cominciamo con il Terrano che si distingue per la sua generosità di frutto, principalmente frutti a bacca nera come mirtilli e more ma anche per una spiccata freschezza. L’ultimo assaggio si sposta sul Ruje, composto da un 90% di Merlot e un 10% di Terrano; qui siamo di fronte ad un vino con delle caratteristiche volutamente più complesse date da un passaggio in legno di rovere di Slavonia di tre anni: un vino quindi da piatti ricchi di struttura e sapore. La degustazione è stata accompagnata da dell’ottimo prosciutto (come da tradizione affettato al coltello) e formaggio del Carso.
Con dispiacere lasciamo l’azienda e le persone che ci hanno accolto con tanto calore ma non senza portarci a casa qualche ricordo e soprattutto qualche bottiglia! Il viaggio prosegue e altre aziende ci attendono, ma di questo vi parlerò la prossima volta. Ciao a tutti!





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